SANTA CROCE TRASFORMATA IN ARCHIVIO PROVINCIALE: UNO SCEMPIO OTTOCENTESCO SCONGIURATO.

   L'illuminazione artistica regalata in questi giorni alla Basilica di S. Croce a Lecce per rendere ancora più affascinante il sontuoso barocco delle sue linee architettoniche e  la spiritualità che da esse promana, offre l'occasione per un salto nel passato di oltre duecento anni, quando cioè  le tormentate vicende del nascente Archivio di Stato, all'epoca Archivio provinciale di Terra d'Otranto, si intrecciarono con quelle ancor più travagliate di questo straordinario monumento della fede cristiana, incantevole ed iconica testimonianza del gusto artistico che ha reso Lecce e il Salento famosi in tutto il mondo. S.Croce illuminata

   Nel convulso clima suscitato dalle molteplici innovazioni istituzionali varate dal governo napoleonico nel decennio francese, l'ex monastero dei Celestini di Lecce, a seguito della soppressione degli Ordini religiosi, nel 1811 fu destinato a Casa dell'Intendenza, poi Prefettura. In quell'ampio progetto di ristrutturazione degli edifici già monastici e dei rispettivi luoghi di culto, per adattarli a nuove funzioni civili, e di straordinaria movimentazione del patrimonio culturale, non trovò fortunatamente compimento la destinazione dell'attigua chiesa di S. Croce, ormai chiusa alle funzioni religiose, a sede di Archivio provinciale, laddove il termine provinciale circoscriveva unicamente una competenza territoriale e nulla aveva a che fare con la provincia come ente, all'epoca non esistente con vita autonoma. La legislazione del regno delle Due Sicilie (legge organica del 12 novembre 1818), facendo proprie la normativa varata nel periodo napoleonico, aveva previsto infatti che gli Archivi, istituiti sin dal 22 ottobre 1812 in ogni capoluogo di provincia del regno allo scopo di raccogliere le carte degli uffici e delle magistrature statali meritevoli di conservazione per il carattere di documentazione storica, acquisita o acquisibile nel tempo, fossero dipendenti dalle Intendenze e posti nella loro sede o in edificio perlomeno attiguo. Già nel 1813 erano iniziati i lavori di sgombero della chiesa di S. Croce per adattarla alla nuova destinazione d'uso, trasferendo nella Cattedrale e in S. Matteo, chiese parrocchiali officiate, altari, balaustre, involucro dell'organo, mentre altri arredi sacri prendevano strade diverse ed altri beni finivano per essere irrimediabilmente dispersi. Quelle mutilazioni fortunatamente avevano subito una battuta d'arresto a seguito degli eventi bellici che portarono alla Restaurazione. Ma l'esigenza di rendere operativi gli archivi provinciali, ispirati a principi autenticamente moderni di generalità e pubblicità, era tornata prepotentemente nel 1816, e nel 1817 una circolare del Ministero degli Affari Interni ribadiva agli organi rappresentativi provinciali di accollarsi gli Archivi "come una dipendenza delle officine delle Intendenze" mettendoli "a carico del fondo comune provinciale sul quale gravitavano dette officine". Nello "stato discusso" provinciale del 1818, ossia il bilancio di previsione approntato dal Consiglio generale di Terra d'Otranto su proposta dell'intendente Domenico Acclavio dell'ottobre 1817, furono stanziati 2000 ducati occorrenti ai lavori di rifacimento della chiesa di S. Croce, perché, come rilevava l'intendente, nessun locale sembrava più adatto e conveniente di quello a divenire Archivio, tanto per l'ampiezza, quanto per la struttura, quanto anche per la contiguità alla Casa dell'Intendenza. Metà di quella somma si riteneva "necessaria per la costruzione delle scanzie che per tutto debbono fornire il locale, e l'altra per la demolizione degli altari, per provvedere interamente di vetrate tutt'i finestroni e di cancelli di ferro quattro di essi per causa della poca altezza dal suolo esteriore nella parte esterna, per chiudersi gli archi delle cappelle, e infine per la riattazione del tetto, de' terrazzi, e del pavimento". Insomma si trattava di destrutturare la chiesa e la sua facies di luogo di culto per attribuirle una nuova e del tutto inedita  funzione civile. L'Acclavio rilevava altresì che "la chiesa trovasi ridotta in tale stato di degradazione che non è sperabile poter ritornare agli esercizi religiosi, così è stato forza di proporre questo locale, non potendosene ottenere un altro". L'intendente, perno statale del nuovo assetto istituzionale varato in età napoleonica all'insegna dell'accentramento amministrativo, per l'ampiezza dei poteri conferitigli dallo Stato assunse in quegli anni nelle periferie del regno i tratti di un vero e proprio "dominus", facendosi tramite operativo di direttive ministeriali impartite a ritmi serrati.S.Croce docum.

   L'ingegnere dipartimentale Vincenzo de Grazia redasse il 13 novembre 1817 un "Progetto dello scafale dell'Archivio dell'Intendenza" che prevedeva la realizzazione di scaffalature a più ripiani ingentilite da zoccoli, imposte, cornici, fregi e capitelli corinzi per una spesa stimata in 430 ducati, ottenendo l'approvazione del ministro degli Affari interni nel gennaio 1818. Nelle more della realizzazione del progetto, comunque, il responsabile del dicastero degli Affari Interni richiese nel gennaio del 1820 il parere di mons. Nicola Caputo, vescovo di nomina regia nel frattempo salito sulla cattedra episcopale leccese, rimasta sede vacante dal 1797, e giunto a Lecce nel 1819. Il parere del prelato, che propose piuttosto il ritorno della chiesa di S. Croce alle funzioni religiose, lamentando lo stato di deplorevole abbandono in cui versava, ebbe il suo peso, se non nell'immediato, nel giro di qualche anno. Nonostante la sua ferma opposizione, tuttavia, il progetto di trasformazione  radicale dell'edificio fu ripresentato, dopo che Ferdinando I ne aveva respinto la proposta di riapertura al culto avanzata nel 1823 dal Consiglio provinciale.

   Nella primavera del 1826 si era stimato in 9.300 ducati il costo complessivo dell'opera di ristrutturazione della chiesa di S. Croce per trasformarla in Archivio ed il Consiglio provinciale di Terra d'Otranto, per bocca del suo presidente, Ottaviano Guarini dei duchi di Poggiardo, lo stesso che nel 1817 aveva accettato senza fare una piega la proposta di trasformazione della chiesa in edificio civile, sottolineò, nella seduta consigliare del 15 maggio, come tale soluzione oltre che onerosa non fosse la più idonea per un deposito di carte (umidità, scarsa luminosità, soffitto in       legno soggetto ad incendio, etc), concludendo che "L'opinione pubblica è contraria, ed io sono dello stesso avviso". Proponeva pertanto per l'Archivio un'altra soluzione, sempre nell'ambito dei locali del Palazzo dell'Intendenza, costituita da una parte degli ambienti più che spaziosi e ariosi destinati ad abitazione del Segretario d'Intendenza, con la possibilità di occupare anche locali sottostanti. Quella deliberazione venne finalmente approvata dal Ministero e dalla Real Segreteria di Stato tra il 1826 ed il 1828. La chiesa era salva.

   L'Archivio cominciò a funzionare, non senza difficoltà, nei nuovi locali nel 1833, allorché erano già disperse con le scritture della contea di Lecce e del principato di Taranto, non poche altre di magistrature dei secoli XV-XVIII e di monasteri soppressi dal governo francese. Man mano che si accresceva il suo patrimonio di carta,  esso si estese su due piani per tutta l'ala sinistra dell'attuale Palazzo di Prefettura prospiciente la Villa Comunale. Sul finire del secolo, gioco-forza, a quegli ambienti ne vennero aggregati altri al pianterreno, una spaziosa sala d'ingresso, già sacrestia della chiesa, ed un'altra sala ad essa attigua, dopo che dal 1833 S. Croce era stata affidata all'arciconfraternita della Ss.ma Trinità e nel 1906 dichiarata monumento nazionale. I lavori di adattamento delle strutture misero in bella mostra una rotonda con la volta a lunette del XVI secolo, che Luigi Giuseppe De Simone definiva "lavoro stupendo di stucchi e di ornato, specialmente nella volta di Beli Riccardo", lamentando tuttavia che ai suoi tempi fosse "affogata tra le carte e la polvere dell'Archivio provinciale".

   Dopo centotrent'anni di permanenza nella sede originaria di Via Umberto I, nel cuore del centro storico, nei primi anni Sessanta del secolo scorso l'Archivio di Stato, così denominato dal 1963, si trasferì nell'attuale sede di Via A. Sozy Carafa, al civico 15, in locali più moderni ed idonei, acquistati ad hoc, sul finire degli anni '50, dall'Amministrazione provinciale di Lecce, alla quale, in virtù del regio decreto 21 gennaio 1866 che aveva accollato il mantenimento degli archivi provinciali del Mezzogiorno alle amministrazioni provinciali, spettava all'epoca di provvedervi. Venivano così liberati per sempre dal fardello di antiche e più recenti scritture archivistiche, non senza qualche rimpianto, i locali dell'ex complesso celestiniano.       

 Nell'immagine il progetto della scaffalatura dell'Archivio Provinciale redatto dall'ing. Vincenzo de Grazia nel 1817. ASLE, Intendenza di Terra d'Otranto, Affari Generali, b. 73, fasc. 1479 III.

                                                                                                     Maria Rosaria Tamblé

 

Archivio di Stato di Lecce

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pagina creata il 16/06/2020, ultima modifica 16/06/2020