La Mensa delle orfane del "Principe Umberto" di Lecce (1912)

Dimentichiamo per un attimo la cucina contemporanea e le nostre consuetudini per proiettarci, in una sorta di viaggio nel tempo, nella mensa dell'Ospizio provinciale femminile "Principe Umberto", così intitolato in epoca post-unitaria in onore dell'allora principe ereditario di casa Savoia, futuro re d'Italia, per marcare la discontinuità con il regime borbonico che lo aveva intitolato a "S. Filomena". Mandate in soffitta le intitolazioni di matrice clericale, i membri della dinastia regnante ed i protagonisti del Risorgimento nazionale ebbero intitolati Orfanotrofi ed Educandati, divenendo simbolicamente padri e madri delle giovani generazioni dell'Italia unita all'insegna di un più marcato laicismo. Tra Otto e Novecento il "Principe Umberto" giunse ad ospitare oltre 300 tra orfane povere e trovatelle di età compresa tra i 6 e i 21 anni, facendosi carico di un servizio sociale pubblico operante nel capoluogo di Terra d'Otranto a partire dagli anni Quaranta dell'Ottocento. Affidato sin dalle origini alla direzione delle suore Figlie della Carità di S. Vincenzo de' Paoli ed eretto nei locali dell'ex convento dei Cappuccini dell'Alto, impartiva alle sue ospiti i rudimenti del leggere, dello scrivere e del far di conto e le cosiddette "arti donnesche", che potevano variare dalle più ordinarie faccende domestiche ai più ricercati lavori ad ago, per farne "buone madri di famiglia" o consentir loro di procurarsi da vivere lavorando in proprio o in casa d'altri come "cameriere o fantesche". Il lavoro manuale era considerato uno strumento disciplinare per trasmettere alle fanciulle senso di responsabilità anche in vista della loro vita all'esterno dell'Istituto. Quelle del "Principe Umberto" si distinguevano per l'arte del ricamo e la lavorazione della seta, rivolta anche a committenti esterni. Per metà le spese di mantenimento dell'Istituto gravavano sull'ente Provincia e per metà sulle famiglie meno disagiate delle ospiti.  

   Questa tabella del vitto settimanale, così calligrafica nella sua versione manoscritta degli anni Dieci del Novecento, era stata pubblicata nel 1900 con minime variazioni nel Regolamento a stampa dell'Ospizio, restando in vigore nel decennio successivo ed oltre. Per quanto risulti già ad un primo sguardo assai frugale, constando di un solo pasto giornaliero strutturalmente definito, rappresentava comunque un passo in avanti rispetto al regime alimentare invalso nell'Istituto in epoca pre-unitaria. Nello scorrere le varie voci giornaliere si viene colpiti dal pranzo della domenica a base di  "pasta lunga" e "ragù", che rompeva la monotonia di una "vittazione" poco varia, arricchita solo due giorni a settimana (domenica e giovedì) da un secondo di carne a pranzo, per un totale settimanale di 214 grammi pro-capite. Vi predominavano cereali e legumi freschi o secchi, non era previsto il pesce, né fresco, né secco, verosimilmente per il costo, pur essendo un alimento reperibile sul mercato locale, e le proteine nobili erano rappresentate esclusivamente dal bollito del giovedì con pasta minuta in brodo e dalla carne al sugo della domenica, con cui condire il primo piatto, che in altri giorni della settimana poteva essere costituito da pasta o riso al "succo" o conserva di pomodoro con aggiunta di cacio o in associazione ai legumi, oppure da legumi come piatto unico. La cena contemplava l'uso, in alternativa, di "semolone", di insalata di verdura cruda o cotta, di patate o carote, di miglio o "granone" per la polenta. Al mattino e alla sera si serviva la frutta fresca o secca come dopo-pasto. Nei giorni "solenni" la mensa delle alunne erano arricchita da tre pietanze e dal "piatto dolce". Nel corso di un'ispezione condotta nel 1912 dal medico provinciale, tale alimentazione fu ritenuta insufficiente per fanciulle in crescita che presentavano nell'aspetto segni di denutrizione. All'ispettore sanitario parve cioè che quella tabella del vitto non riuscisse a garantire alle ospiti parametri di sussistenza soddisfacenti attraverso un'alimentazione sufficientemente varia e nutritiva.  Si possono notare le correzioni a matita apportate in relazione alla quantità delle porzioni servite, in verità con variazioni di poco conto. Era infatti il pane a farla da padrone nella piramide alimentare del cibo offerto alle alunne, entrandovi quotidianamente con dosi variabili dai 480 (per le piccole) ai 560 grammi (per le grandi), suddiviso in tre porzioni (colazione, pranzo e cena). Con la sua razione giornaliera di circa mezzo chilo a testa, esso poteva considerarsi a tutti gli effetti l'alimento "principe" delle alunne, e ciò sia detto non senza un filo di ironia in riferimento all'intitolazione dell'Istituto.  

 Tabella del vitto

Tabella del vitto dell'Ospizio provinciale femminile "Principe Umberto" di Lecce, già Orfanotrofio Santa Filomena. [Lecce, 1912].

AS Lecce, Deputazione provinciale, Tutela Opere pie.

 

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pagina creata il 26/05/2020, ultima modifica 26/05/2020